Il mare della solidarietà

Pochi giorni fa L’Espresso ha pubblicato una mia intervista a Regina Catrambone, fondatrice con il marito Christopher di Moas, la prima ONG a navigare nel Mediterraneo Centrale con l’intento di soccorrere migranti e rifugiati che tentano di raggiungere l’Europa partendo dalle coste libiche.

Da quando faccio spesso base a Malta e ho il mare sotto gli occhi, non posso fare a meno di pensare che quelle stesse onde che per me rappresentano la felicità, per altri possano essere invece fonte di paura, dolore, disperazione e purtroppo, in alcuni casi, anche una tomba.

Così, ho cercato di capire meglio cosa davvero stia accadendo nel Mediterraneo, e perchè centinaia di migranti mettano a rischio la propria vita nella traversata, chiedendolo a chi, in quel mare e in quella zona che è stata ribattezzata SAR, cioè Save and Rescue, naviga tutti i giorni.

Qui sotto il testo della mia intervista. Perchè certe cose deve raccontarle soltanto chi le vive sulla propria pelle, chi ne fa, come Regina Catrambone, una scelta di vita. Anzi, di vite: tutte quelle che riesce a salvare.

Malta -“Nessuno merita di morire in mare”. Regina Catrambrone, direttrice e co-fondatrice con il marito Christopher di MOAS, la prima ONG a navigare nel Mediterraneo Centrale con l’intento di soccorrere migranti e rifugiati che tentano di raggiungere l’Italia partendo dalla Libia, non si stanca di ripetere queste parole che sono diventate il motto della sua organizzazione.

Dalla nave Phoenix, che lo scorso 10 luglio fa ha partecipato alle operazioni di soccorso coordinate dalla Guardia Costiera italiana nell’area SAR -Search and Rescue-portando in salvo 422 migranti, ribadisce la necessità e la volontà di continuare a prestare assistenza lungo quella che definisce la frontiera più letale, quella appunto del mare.

«Parlo ogni giorno con i migranti che MOAS accoglie a bordo. Tutti sono determinati a fuggire dal proprio Paese e nulla può scoraggiarli, nemmeno la prospettiva della morte. Non sono le ONG ad incoraggiare il fenomeno migratorio, come qualcuno ha affermato. Al contrario, le ONG esistono perché esistono le migrazioni».

Il fondatore di Microsoft Bill Gates ha dichiarato che la generosità e l’accoglienza dell’Occidente potrebbero motivare sempre più africani a lasciare la loro terra…

«Soltanto condizioni di vita e di libertà migliori potrebbero contenere la spinta migratoria, e concordo sul fatto che si debba agire direttamente in Libia, in Eritrea, in Marocco… con progetti e aiuti mirati nei territori d’origine, ma per realizzarli servono pianificazione e tempo. E il tempo è ciò che i migranti non hanno e noi di conseguenza. Secondo un studio recente, i social network hanno velocizzato tutto. Facebook, Instagram e i social media sono uno dei push factor. Chi ne ha accesso proietta su ciò che vede dell’Europa le proprie aspettative di salvezza. Non fraintendetemi: la tecnologia è un bene, ma sta agendo da acceleratore. E da principale strumento di contatto con i “trafficanti” di uomini ».

Come giudica le risposte dell’Europa alle richieste dell’Italia di maggior intervento e supporto nell’affrontare la situazione degli sbarchi?

«Mi associo all’ultimo appello lanciato da papa Francesco ai leader mondiali riuniti ad Amburgo per il G20. In ognuna delle fasi di attuazione delle misure politiche, c’è bisogno di dare priorità assoluta alla solidarietà. L’Italia ha fatto la sua parte. Quando ha preso il controllo della zona SAR con l’operazione Mare Nostrum (nel 2014, ndr), ha lanciato una sfida a tutta l’Europa. Si è impegnata per prima e in prima linea nella gestione del fenomeno migratorio. Oggi è in difficoltà e chiede giustamente aiuto. Del resto, quando i richiedenti asilo o i cosiddetti migranti economici entrano in Italia, entrano in Europa».

E del risultato del vertice informale dei ministri dell’Interno della Ue a Tallinn, cosa ne pensa?

«Quale risultato? I porti europei restano chiusi.  La proposta italiana del ministro Marco Minniti di regionalizzare l’approdo dei migranti tratti in salvo nel Mediterraneo – a oggi, l’85% di loro viene sbarcato nei porti della Penisola-è stata accantonata. E dopo il no di Francia e Spagna, anche Belgio, Olanda, Lussemburgo e Germania si sono dichiarati contrari all’apertura di altri porti Ue per lo sbarco dei migranti. Noi, come ONG, non possiamo che rispettare le direttive».

Però si è parlato di un Codice di Condotta per le ONG…

«Per ora se n’è parlato soltanto sui giornali. A noi non è stato comunicato nulla formalmente, se non la data di un meeting che poi è stato annullato. Chi l’avrebbe scritto? Chi è stato invitato al tavolo? La Commissione Europea ha espressamente raccomandato all’Italia di invitare le ONG. Per MOAS resta valida l’unica procedura possibile che abbiamo sempre seguito: il coordinamento con la Guarda Costiera Italiana, responsabile delle operazioni nella zona SAR».

Tra le tante polemiche che hanno coinvolto Moas (trasparenza dei finanziamenti, accuse di collusione con i trafficanti, ingresso in acque territoriali libiche…) quale vi ha danneggiato e ferito di più?

«La criminalizzazione della solidarietà. Non si può criminalizzare chi, nella società civile, compie un atto di misericordia. Anzi, un atto d’amore».

MOAS ha sede a Malta, un Paese da più parti accusato di non fare abbastanza nel soccorso in mare. Ritiene che il governo di La Valletta dovrebbe fare di più? Nel 2014 avete scelto Martin Xuereb, già capo delle Forze Armate di Malta, come membro del board di ReSyH, la società che gestice MOAS. Quali sono le competenze specifiche di Xuereb nei salvataggi in mare?

«Moas ha sede a Malta perché la nostra famiglia ha deciso di vivere qui anni fa, molto prima di immaginare e creare la fondazione MOAS, e non sta a me commentare il ruolo del governo maltese nei salvataggi in mare. La scelta di affidarci a Xuereb è presto spiegata: nel 2014, quando Moas è nata, sapevamo di muoverci in un contesto estremamente difficile e sensibile, che necessitava competenze specifiche. Da qui la sua nomina. Fin dallo scorso anno, il direttore operativo SAR in mare è l’ex ammiraglio della Marina Italiana Franco Potenza».

A chi appartengono le due navi utilizzate da MOAS per il soccorso ai migranti? MOAS paga un noleggio?

«Moas oggi, come già nel 2014 e nel 2015, opera con una sola nave, la Phoenix. È di proprietà di una società del gruppo Tangiers, la quale ha coperto nel 2014 i costi di acquisto, manutenzione e mantenimento. E continua a farlo. Moas noleggia a prezzo di mercato la Phoenix da questa società che, proprio perché copre le spese della nave, è in perdita. Dal dicembre 2015 e fino al maggio 2016, abbiamo noleggiato anche una seconda nave, la Responder, dalla società armatrice Topaz, per operare nel mar Egeo. Ci siamo riusciti grazie alle donazioni dei tanti che si sono mobilitati dopo la tragica morte per annegamento del piccolo profugo siriano Alan Kurdi, a pochi chilometri dalle spiagge turche di Bodrum».

A proposito di Tangiers, come si coniugano i servizi assicurativi con l’assistenza medica di emergenza di cui il gruppo si occupa? E qual è la linea di demarcazione tra profit e non profit della ONG?

«Il gruppo Tangiers è stato fondato da mio marito Christopher Catrambone quando aveva vent’anni e ancora viveva a New Orleans, Louisiana, per rispondere alle domande di assistenza in situazione e in zone di criticità. Oggi è una compagnia internazionale specializzata nell’indennizzo assicurativo e nei servizi di assistenza medica di emergenza nei contesti e nei paesi a rischio. Moas nasce da questa esperienza, è il frutto della stessa sensibilità umanitaria. Di più, Tangiers destina quasi tutti i suoi profitti a Moas e al mantenimento della sua operatività nel Mediterraneo, insieme ai donatori che ogni giorno supportano la nostra missione».

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