Lady D, l’ultima felicità

lady D

Di quella mattina del 31 agosto 1997 ricordo soltanto il gusto del caffè che avevo buttato giù di corsa, prima di andare in spiaggia. Era il mio penultimo giorno di vacanza in Sardegna e non volevo perdermi nemmeno un secondo. Non ero ancora una giornalista, tanto meno immaginavo che, da lì a pochi anni, avrei scritto di Royal Family sui giornali e addirittura un libro. Lady D era la bella donna triste che vedevo su molte copertine e molte foto, soprattutto in quei giorni in cui era a pochi chilometri da me, in Costa Smeralda, e a poche miglia sul suo yatch. O meglio, sullo yacht del suo fidanzato Dodi Al Fayed. Non sapevo, non ancora, cosa era accaduto durante la notte a Parigi, sotto il Ponte de l’Alma. Me lo avrebbe detto l’amico Paolo pochi minuti dopo, sotto il sole della spiaggia. Da allora, mi sono sempre ripromessa che, prima o poi, avrei scritto di Lady D. E il settimanale Grazia me ne ha dato l’opportunità, dandomi lo spazio per ricostruire e raccontare le ultime ore di felicità dell’ex principessa di Diana Spencer, una sorta di diario che oggi vi ripropongo qui.

IL TEMPO DI LADY D

Quel sabato 30 agosto, la temperatura si era decisa a scendere, dopo giornate di caldo torrido. Una brezza s’era alzata dal mare, rinnovando l’aria, l’acqua e il sorriso di Lady D. Gli ultimi giorni sullo yatch Jonikal con Dodi erano stati i migliori da tanto, troppo tempo.

Lo aveva detto a Rosa Monckton al telefono qualche giorno prima, quando l’aveva chiamata dalla Grecia.

«È felicità?»-le aveva chiesto l’amica.

«Sì, lo è» aveva risposto Diana Spencer, ripassando mentalmente le immagini di quegli ultimi giorni di idillio.

Non aveva messa in conto di potersi innamorare ancora. Non così presto e non dopo l’amara conclusione dell’ultima love story con il cardiochirurgo Hasnat Khan. E non di Emad Al Fayed detto Dodi, il milionario playboy quarantunenne che i media e le numerose ex fidanzate -per lo più attrici e modelle- avevano descritto come capriccioso, rissoso, prepotente e arrogante.

Con lei, l’unico figlio di Mohamed-al Fayed e della defunta Samira Kashoggi, sorella del ben più noto Adnan, noto miliardario commerciante d’armi, si era rivelato di una tenerezza e una dedizione inaspettata. Le risate e le premure di cui l’aveva circondata avevano allentato la morsa che le stringeva il cuore, lasciandolo libero di battere più veloce, al ritmo dell’amore. Lei era una donna che amava troppo. Che nelle relazioni, a cominciare dal fidanzamento con Carlo d’Inghilterra, aveva dato tutto, fino allo sfinimento. In cambio, aveva ricevuto poco, e non ciò che più di tutto aveva desiderato: attenzioni, affetto, complicità, sincerità. Ma ora c’era Dodi. Lo scorso luglio, quando il loro era soltanto un flirt balneare e non la love story che sarebbe diventata in poche settimane, lui aveva affittato un’intera discoteca a Saint Tropez per farla ballare con i suoi figli al riparo dai flash e dagli occhi dei paparazzi.

E poi l’aveva portata in Costa Azzurra e in Sardegna, tra tuffi, sci d’acqua, shopping a Montecarlo e cene per due by night sulla spiaggia dell’isola di Molara. C’erano stati regali, sguardi, baci, sesso, patti. E ora lui l’avrebbe accompagnata a Londra, perché lei potesse riabbracciare i figli prima che riprendessero la scuola, e presenziare agli impegni di ambasciatrice umanitaria. Doveva anche organizzare la festa di compleanno di Harry, che avrebbe compiuto tredici anni da lì a due settimane, il 15 settembre. Era Lady D. Era l’ex principessa, che, divorziando, aveva rinunciato al titolo e alla corona di futura regina d’Inghilterra. Era un personaggio che, a giudicare dallo sciame di paparazzi che le ronzava intorno, influenzava vendite, mode, abitudini, addirittura la politica. Ma era soprattutto una mamma e una donna di 36 anni che stava affrontando la delusione di un divorzio difficile, di un ex marito che l’aveva ingannata e tradita, di una famiglia, quella reale, che non l’aveva mai capita né appoggiata, di una quotidianità plasmata dalle necessità del protocollo di Buckingham Palace. Di una vita esposta al pubblico nelle sue pieghe e nelle sue piaghe più intime.

Dodi sembrava volerle sanarle. E non era un uomo abituato a ricevere un no come risposta.

Tra poco, sarebbero sbarcati dal Jonikal di 195 piedi per recarsi a Olbia a prendere l’aereo di famiglia –il jet Gulfstream con la livrea verde e oro, i colori di Harrod’s- e volare a Parigi.

Non poteva immaginare un posto migliore dove celebrare la fine dell’estate e l’inizio di un nuovo amore.

Quanto dura la felicità?-si domandò, stringendo la borsetta per proteggere il viso dai paparazzi, come uno scudo. Lo faceva da quando la caccia mediatica era diventata più selvaggia, incontenibile e insopportabile.

Quel pomeriggio, i fotografi non le avevano dato tregua. Erano all’aeroporto di Parigi Le Bourget alle 15:20, quando lei e Dodi erano atterrati. Ed erano a Villa Windsor al Bois de Boulogne, il buon retiro del Duca di Windsor e Wallis Simpson -ora di proprietà della famiglia Al Fayed- dove avevano fatto tappa per una visita. Li avevano seguiti al Ritz, l’hotel cinque stelle lusso che Al Fayed possedeva dal 1979. Qui, alle 16:45, lei e Dodi si erano blindati nella suite imperiale da 6000 sterline a notte per poche ore, durante le quali era riuscita a comprare i regali per Harry e concedersi una piega ai capelli. Alle 18:00 aveva chiamato i figli che erano a Balmoral, dal padre: William aveva fatto cenno ai prossimi impegni scolastici di Eton; Harry, invece, l’aveva salutata distrattamente, preso dai suoi giochi. Le mancavano. Da lì a due giorni, li avrebbe riabbracciati. E non vedeva l’ora.

Alle 18:30 aveva indossato i jeans bianchi e il suo blazer nero con il bavero lucido, quello che le disegnava così bene le spalle ossute e la faceva sentire a posto: bella, raffinata, sexy e giovane. Una ragazzina dalle spalle larghe, ecco cos’era lei. Fuori era Lady D., ma dentro era sempre la timida e goffa Diana Spencer.

Erano le 19:00 quando aveva varcato per la prima volta la soglia del mega appartamento di Dodi, sugli Champs Elysee: lui e lei nell’intimità di una vera casa e di una vera camera da letto. Dodi aveva sistemato in bella vista sul comò il tagliasigari di Asprey e i gemelli che lei gli aveva regalato, quelli che erano appartenuti a suo padre il visconte Althorp “Johnnie” Spencer.

Dopo la cena da Le Benoît, sarebbero tornati a dormire lì, glielo aveva promesso. E lei sapeva che la aspettava una sorpresa. Con la coda dell’occhio, aveva visto Dodi infilare qualcosa sotto il cuscino, dalla parte del letto dove lei avrebbe preso sonno. No, non era l’anello “Dimmi di sì” con diamanti da 130mila sterline che lei aveva adocchiato a Montecarlo da Repossi e lui aveva fatto recapitare a Parigi, modificandolo su misura. Era una scatola larga e piatta, con un nastro rosso. Che cosa fosse, lo avrebbero scoperto non appena avessero lasciato il Ritz con la Mercedes 220SL a noleggio che Henri Paul aveva procurato, nel tentativo di seminare il corteo dei paparazzi.

Infatti, la cena da Le Benoît delle 21:30 era saltata. C’erano troppi fotografi appostati. Avevano riparato al ristorante del Ritz, L’Espadon. Ma anche qui non sarebbero mai stati soli, non sarebbero mai stati un lui e una lei qualunque, che flirtavano sotto e sopra il tavolo.

Alla fine, Dodi aveva ordinato di portare la cena nella suite. E finalmente, alle 22:00, erano rimasti soli a guardare le luci di Parigi che si stendevano come un tappeto sotto i loro occhi.

Diana diede un’occhiata all’orologio prima di salire in auto: erano le 00:17. Tra circa 20 minuti, sarebbero stati nella casa sugli Champes Elysees. E lei avrebbe finalmente scoperto cosa c’era sotto il cuscino. Era il 31 agosto 1997. Si sarebbe ricordata quella data. La sua vita stava cambiando per sempre.

Se lo ripetè mentre l’auto sfrecciava a tutta velocità -troppa?-nella notte parigina. Sentì Dodi dare istruzioni a Henri Paul alla guida. Da domani, si disse, nulla sarebbe più stato lo stesso. -Quanto dura la felicità?- si chiese di nuovo, buttando lo sguardo al cruscotto. Dodi si allungò verso di lei per baciarla e lei si abbandonò a quelle labbra, chiudendo gli occhi. Erano le 00:23. Era l’ora di essere felice.

Share on Facebook67Tweet about this on Twitter0Pin on Pinterest0Email to someoneGoogle+0Share on LinkedIn2share on Tumblr0Print this page