Nella coda delle sirene

Come già vi accennavo, il bello di pubblicare un romanzo è stringere tante nuove amicizie: con le lettrici, con i lettori, con chi viene alle presentazioni, con i giornalisti o i blogger che ne scrivono.

E poi giocare a farsi scoprire. E, per una volta, smettere di fare domande e dare invece risposte. Come faccio qui in questa intervista che vi ripropongo.

L’autrice torna in libreria con “Due sirene in un bicchiere”, storia ambientata in un b&b dove cinque ragazze trasformeranno la loro vacanza in una tregua alla scoperta di se stesse…

Il viaggio inizia dentro, con una domanda, e si esaurisce lungo il percorso, quando troviamo la risposa che stiamo cercando. È quanto affermato da Federica Brunini, in libreria con “Due sirene in un bicchiere“, storia ambientata in un b&b da favola situato su un’isola del Mediterraneo dove cinque ragazze trasformeranno la loro vacanza in una tregua necessaria in cui riscoprire chi sono e chi vogliono diventare. A cosa si è ispirata Federica Brunini per la trama ed i luoghi di questo libro? Ce ne parla l’autrice in questa intervista.

Nel tuo libro l’isola di Gozo riveste un ruolo molto importante, diventando un vero e proprio protagonista del romanzo: quando hai scoperto quest’atollo del Mediterraneo? E per davvero te ne sei innamorata?

Ho scoperto Gozo nel 2003, durante un reportage su Malta, e mi è rimasta nel cuore. Ci sono tornata dieci anni dopo, nel 2013, per un altro reportage. E a quel punto non l’ho più lasciata, è diventata casa mia.

Da instancabile viaggiatrice, credi che viaggiare sia una cura, un modo per fuggire dalla frenesia quotidiana e ritrovare se stessi?

Credo innanzitutto che si debba distinguere tra viaggi e spostamenti. Prendere un aereo per volare un’altra città o un altro Paese non significa viaggiare. Il viaggio inizia dentro, con una domanda, e si esaurisce lungo il percorso, quando troviamo la risposa che stiamo cercando. È sulla base di questa mia convinzione che ho fondato la Travel Therapy e ne ho scritto l’omonimo libro (Emma Books): il mondo andrebbe suddiviso per stati d’animo e non per confini geografici. E attraversarlo di conseguenza.

Nei tuoi romanzi troviamo prevalentemente personaggio femminili, spesso ironici ma sempre velati di una leggera malinconia. Nel tuo libro a quale personaggio pensa di assomigliare di più?

Come sempre, sono in tutti i miei personaggi – o personagge – ma non sono nessuna di loro. Quanto al fatto che siano spesso ironici ma velati di malinconia… in quello mi assomigliano. Io sono così. Mi porto sempre dentro la mia lente leggermente sfocata, attraverso cui guardo il mondo e ciò che vi accade dentro. Non amo le vite messe sempre a fuoco. Preferisco le sbavature, i difetti. Perché sono loro a caratterizzarci davvero.

Scrivi spesso sui giornali in cui collabori di famiglie reali e matrimoni nobiliari, specialmente legate alla royal family inglese: da dove nasce questo interesse e questa tua passione? Forse anche tu sogni di partecipare ad una cerimonia ufficiale munita dei classici ampi cappelli inglesi?

Adoro la monarchia inglese, perché mi fa sognare. Le favole, nel castello, sono ancora possibili. E lo hanno dimostrato Harry e Meghan. Quanto a me, ho sempre sognato di fare la principessa, anzi la regina. Non per comandare, non ho smanie di comando, ma per poter, appunto, realizzare i desideri di tutti. Una regina-fata. E sì, vado matta per i cappelli, ne compro parecchi.

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