Se la regina compra un posto in paradiso (fiscale)

Mannaggia, mi è caduta la regina. E non una qualsiasi, ma la regina delle regine, quella Elisabetta II che da 65 anni è il simbolo della monarchia inglese ma anche un po’ di tutta la storia europea, più o meno gossipara.

Coinvolta in un gioco di scatole finanziarie, pare aver investito buona parte del suo patrimonio in una o più società offshore con sede alle Isole Cayman.

Qui di seguito il mio articolo per Grazia Italia, in cui racconto perchè il Regno Unito, oggi, è l’ultimo paradiso perduto. In un paradiso fiscale. E perchè solo Dio può davvero salvare la regina.

Paradise Lost

Nella lista dei regali che la regina Elisabetta si aspettava di ricevere per il suo settantesimo anniversario di nozze con il principe consorte Filippo –il prossimo 20 novembre-di sicuro non c’erano i 13,4 milioni di file che oggi rischiano di rovinarle la festa, l’umore e soprattutto l’immagine di sovrana integerrima, così rigorosamente costruita e mantenuta in oltre 65 anni di regno.

Secondo i giornalisti dell’Icij, il Consorzio internazionale di giornalismo investigativo che ha pubblicato i risultati del lungo lavoro dell’inchiesta Paradise Papers, Queen Elizabeth sarebbe nell’elenco dei proprietari di fondi segreti nei paradisi fiscali, in particolare nelle isole Cayman.

E non è tutto: stando ai Paradise files analizzati, milioni di sterline provenienti dal suo patrimonio personale sarebbero stati investiti offshore, attraverso il Ducato di Lancaster, in una serie di società, tra cui la catena di punti vendita di alcolici Treshers, e Brighthouse, rivenditore di prodotti hi-tech e arredi per la casa a rate più o meno agevolate. Quest’ultimo, in particolare, è stato accusato di utilizzare strategie di vendita invasive, soprattutto a danno di clienti con problemi di salute mentale e difficoltà di apprendimento, e condannato a risarcire 249mila clienti alla “modica cifra di 14,8 milioni di sterline.

Il brand poco etico e tutt’altro che regale getta discredito su Buckingham Palace e la sua veneranda front-woman. La quale non maneggia mai denaro contante –le sue celeberrime borsette sono sempre vuote, a eccezione del fazzoletto cifrato-ma si ritrova tra le donne più ricche e più potenti del mondo, con oltre 415 milioni di sterline. A quanto pare, ben amministrate fuori dai confini della sua stessa Corona.

Jeremy Corbyn, leader dell’opposizione nel Parlamento britannico, ha sollecitato la sovrana a chiedere scusa ai contribuenti, ma i sudditi reclamano tutt’altro, ovvero trasparenza e rassicurazioni: era Sua Altezza al corrente di come venivano investiti i suoi soldi? E ancora, chi vigila sulle spese della Royal Family? Soprattutto, che ne è di un Regno che dovrebbe essere Unito, esemplare e compatto, e si scopre ogni giorno più composito, confuso e diviso, ora che anche l’inossidabile Elisabetta vacilla sul suo piedistallo?

Simbolo di coerenza e rettitudine morale dal 1952, quando è stata incoronata, oggi si ritrova in compagnia di Madonna, Bono Vox, George Soros, il ministro al Commercio di Donald Trump, Wilbur Ross, e Stephen Bronfam, tesoriere del primo ministro canadese, oltre alla “collega” regina Noor di Giordania. E no, non è l’elenco degli invitati all’ultima edizione di Royal Ascot, ma quella degli uber-milionari evasori coinvolti, come lei, nello scandalo Paradise Papers.

L’Inghilterra del dopo Brexit, a quanto pare, è sempre più Paradise Lost, un paradiso che ha perduto la sua credibilità e oggi, forse, la sua migliore testimonial, coinvolta più o meno consapevolmente nei giochi senza confini della finanzia internazionale.

Chris Adcock, il responsabile delle finanze del Ducato di Lancaster ha spiegato che i royal profitti presi in esame dal file Paradise Papers sono il risultato di una serie di investimenti in uno o più fondi azionari “che gli investitori finanziano per un periodo di tempo stabilito, ma dei quali non decidono le strategie”. Come a dire che la Regina è ricca e offshore, ma a sua insaputa. God Save the Queen e i suoi portavoce.

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