Tutta d’un pezzo. Anzi due

Mentre mi aggiro tra i luoghi più belli d’Italia (ieri Matera, domani Polignano e qualche boccone di Puglia), per presentare il mio romanzo  Quattro tazze di tempesta, riposto l’articolo (sotto) che, la settimana scorsa, ha diviso in due le mie amiche sulla via della spiaggia: da un lato, quelle pro-bikini, dall’altro quelle pro-costume intero. Banale? Sì. Anzi, no. Perchè dietro la scelta di come svestirsi d’estate c’è più di un corpo. C’è un mondo. Soprattutto, c’è una memoria. Quando Donna Moderna mi ha proposto di scrivere per loro qualche riga sui vantaggi del bikini, ho accettato senza rendermi conto che quelle poche righe mi avrebbero letteralmente messo a nudo.

Ho ripensato al mio primo costume da bagno, ai miei primi anni sul bagnasciuga, a quella bambina che faceva castelli d’aria e di sabbia lungo la linea delle onde. Al suo diventare di stagione in stagione sempre più ragazzina, mostrando ora con orgoglio, ora con vergogna gli inevitabili cambiamenti del fisico. Perchè è d’estate che si diventa grandi quando si è piccoli e a settembre ci si trova nella classe e nella vita più avanti. Si cresce anche superando la prima prova costume, quella che divide in due l’infanzia di una donna: prima bambina, che corre a petto nudo e innocente con fratelli, amichetti e cugini, e poi “signorina”, che quel petto nasconde o ostenta sotto due triangoli di stoffa o la scollatura del “vestito” da bagno. Banale? No. Per niente. Indossare il costume, che sia di uno o due pezzi, è un rito di passaggio. Indietro non si torna. Nemmeno quando ti concedi la libertà di un topless. Non si corre mai più a petto nudo, senza pudori e senza pregiudizi. Sei una donna. E devi decidere da che parte stare. Bikini o intero?

BIKINI MON AMOUR

Il triangolo sì, io l’avevo considerato. Da sempre. Fin da bambina, l’estate è stata per me una striscia di mare e due pezzi di stoffa lucida e colorata: due triangolini legati insieme sul petto piatto e due triangoloni muniti di laccetti là dove non batte il sole. Niente di più.

Il primo era fucsia, con i bordi gialli. Io avevo circa dieci anni e facevo castelli di sabbia in Liguria. Che si chiamasse bikini, l’avevo imparato dalla zia che me l’aveva cucito. Non sapevo cosa significasse, ma il nome mi piaceva, al punto da affibbiarlo anche al mio gatto.

Il pezzo di sopra, quello che avrebbe dovuto reggere un seno che non c’era (e non c’è!) scappava dove voleva: si accartocciava, si apriva come una tenda, si slacciava, mi stringeva. Mi faceva sentire un po’ sirena e un po’ Barbie. E testimoniava che ero una femmina, nonostante avessi le forme e il taglio di capelli (a scodella) di mio fratello.

Non ricordo il colore del mio secondo bikini, e, se devo essere sincera, nemmeno di quelli successivi ma so che, da una certa estate in poi, sono diventati tutti bianchi.

Perché? 1) perché il bianco sta bene con tutto e non devo preoccuparmi di abbinare copricostume e pareo; 2) perché il bianco allarga, soprattutto se hai la taglia 00 Tette e il triangolo del reggiseno è imbottito modello push up 3) perché fa chic agli aperitivi e ai party on the beach, e basta indossare una camicia sopra per fare un figurone.

Intendiamoci: nessuna di noi, a parte Gisele Bundchen, è mai pronta per la prova costume. Tanto vale puntare sullo stile. E sulla praticità.

Sì al bikini perché è minimal: si infila in un secondo, lo si sfila con altrettanta velocità e facilità, e non mi fa sprecare nemmeno un secondo d’estate. Perché non mi fa sentire vestita dove, di fatto, non dovrei esserlo –in mare, in spiaggia, in barca. Perché libera la mia pelle, il mio corpo e in fondo anche me. Perché lascia tutto lo spazio possibile al sole. Perché mi fa sentire sexy. Perché ha 70 anni e non li dimostra (li compie il prossimo 5 giugno). E anche io vorrei invecchiare così, in forma smagliante e tutta d’un pezzo. Anzi, due.

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