Il pollice verde dell’arte

Ci siamo incontrati a cena, in Sicilia. Là dove nasce e cresce Radicepure Garden Festival, la prima e unica biennale internazionale del Mediterraneo dedicata all’architettura del paesaggio. Gli ho confessato che, con le piante, non ci so fare. Sono un pollice tutt’altro che verde, anzi verso. Lui, invece, nipote e figlio di scrittori e scrittrici -a cominciare da zia Oriana Fallaci- anzichè la letteratura ha scelto il giardinaggio, diventando un celebre paesaggista, capace di far spuntare una pianta dal cemento. «E’ una sfida eroica, ma ristabilisce ogni giorno il nostro legame con la natura», dice. Di seguito la mia intervista, per le pagine di The Good Life.

A spingerlo letteralmente in giardino, è stata la zia, o meglio il ticchettare incessante dei tasti della sua macchina da scrivere. «Non la si poteva disturbare, non ci si poteva muovere o fare rumore», racconta di Oriana Fallaci. Sua zia, appunto. Ma a scrivere erano anche sua madre Paola Fallaci, giornalista di Oggi, il prozio Bruno Fallaci e pure il papà Mario Perazzi, critico d’arte del Corriere della Sera insieme a Dino Buzzati. «Una famiglia di scrittori. Tutti, tranne uno: mio nonno Edoardo Fallaci. È stato lui a guidarmi e accompagnarmi nelle mie esplorazioni tra piante, fiori e natura intorno alla torre millenaria e alla casa colonica di Piuca, in Toscana». Oggi Antonio Perazzi, 54 anni, è uno tra i paesaggisti italiani più attivi e più noti, ma anche un botanico e uno scrittore, e il direttore artistico di Radicepura Garden Festival, la prima e unica biennale internazionale del Mediterraneo dedicato al garden design e all’architettura del paesaggio (fino al 3 dicembre 2023).

Come hai capito che il giardino era la tua strada, anzi il tuo mondo?

«Nel tempo, attraverso tanti segnali, incontri e viaggi, anche estremi. In Alaska, per esempio, ho frequentato il liceo per un anno e lì ho compreso l’interazione tra uomo e ambiente, alle Isole Vergini ho studiato biologia marina… E poi New York, Londra, Milano… dove ho studiato (al Politecnico e Kew Royal Botanical Garden, ndr). Sono un ragazzo di città, ma cresciuto d’estate in campagna tra le piante, a salvare fiori e uccellini… Sono stato fortunato e incoraggiato a perseguire il giardinaggio come passatempo, poi è diventato la mia vocazione. Quello del giardino è lo spazio della mia creatività».

A proposito di città, come si può costruire e mantenere un rapporto con la natura?

«Cominciando con le piante sul davanzale! Le piante parlano, comunicano. Ci dicono chi siamo e ci mettono alla prova. Quanto siamo pazienti, accudenti, resilienti? Riuscire a far crescere un fiore nel cemento è un pregio, anzi un dono, e richiede cure costanti. Non basta innaffiare ogni tanto, quando ci si ricorda. È un lavoro quotidiano. Ed è un modo di preservare il legame con la natura tutta».

Che cosa ci insegnano le piante? E i giardini?

«Che tutto si trasforma, e che abbiamo un bisogno primordiale di coltivare. Occuparsi di un giardino significa essere ottimisti, credere nella vita e nelle sue possibilità. Le piante ce la mettono tutta per crescere, ovunque sono. Sono potenti. Frequentandole e maneggiandole, si capiscono tante leggi e cicli universali. E non bastano acqua e concime, ci vuole il sole. Ci vuole il cuore. Le radici sono veri e propri apparati sensoriali, attraverso cui ogni pianta respira. Il suolo è luogo di accoglienza, è il letto di ogni creatura verde. Ogni filo d’erba è il frutto di un adattamento ai cambiamenti del tempo, un tempo che è tarato sulla natura ed è diverso dal nostro “umano”. Serve interazione tra l’uomo e il suo ecosistema».

È un momento difficile, questo, per l’ambiente…

«Ma ci insegna che dobbiamo coabitare. L’uomo tende a modificare ciò che lo circonda, lo fanno anche le piante ma in maniera rispettosa, delicata. La natura sa che ogni scarto è fondamentale per rigenerare e arricchire il suolo, per rinascere. Gli sprechi sono, appunto, sprecati».

Il segreto di un pollice verde?

«La tenerezza, il senso dell’aspettativa -di una fioritura, di un uccellino che vola lì accanto-. Quella sensazione infantile che, da bambini, rendeva magico ogni luogo. Ecco, coltivare è stupirsi. Ancora e ancora».

Radicepura Garden Festival 2023

Le memorie di Antonio

Vento e acqua: s’intitola così il libro-memoriale di Antonio Perazzi (Radicepura Editore) che racconta gli step necessari al paesaggista Paolo Pejrone per installare il suo giardino fatto “a stanza” all’ultima biennale di Radicepura Garden Festival. Un’occasione per osservare da vicino il lavoro del maestro, già vicepresidente della sezione italiana dell’International Dendrology Society, fondatore dell’Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio e presidente fondatore dell’Accademia piemontese del giardino. Nel progetto, la grande pompa eolica raccoglie le acque che decantano di vasca in vasca e, una volta filtrata dalle radici di iris e giunchi, torna chiara ad alimentare il ciclo. Un esempio di “resistenza” lineare, semplice, eppure icastica.

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